Tenebre Nella Foresta

Rammento una buia sera di dicembre, sfuggente nel suo funereo candore, che più di ogni altra avrebbe dato un senso al destino: sola e smarrita, presto mi sarei persuasa nel compiere il bene, mormorando riguardo un sogno amabile e inconsueto. 

Faceva molto freddo, il nuovo anno era alle porte e io vagavo per la foresta senza requie. La cosa, iniziata un paio di sere prima, aveva finito col divenire un’abitudine. Così a casa non facevano domande: quando mi toglievo di torno all’ora di cena, nessuno osava seguirmi, quando mi allontanavo dai fievoli echi familiari, nessuno si azzardava a fermarmi. Simile all’angelo della morte mi addentravo nella boscaglia, il telefono alzato per fare luce, un nero cappuccio a fungermi da scudo. Passo dopo passo mi ero trascinata fino a quel momento, l’istante senza ritorno, il trionfo sull’inganno e la falsità: la personificazione di ciò che è giusto! Il risentimento che aveva mosso le mie membra attimo dopo attimo ora pareva conferirmi un’aura spettrale, avevo atteso e atteso, la resa dei conti era vicina. Mi morsi un labbro per l’impazienza, simili ai rintocchi di una campana a morto gli ultimi minuti di lucidità scandivano il tempo per l’innocenza. Nel buio non sarebbe stato facile distinguere le tracce, tanto meglio per me. Rammento un grande silenzio, aveva preso a nevicare; tra il fruscìo di foglie secche, il canto dei rami spezzati, giunse a me un’esile voce, resa ancor più fioca dalla consapevolezza di essere inesorabilmente giunta alla fine. Presso un laghetto ghiacciato stava immobile, tentando con il piede la superficie del lago. Un ghigno mostruoso si fece strada increspandomi il volto, mentre la foresta si chiudeva alle nostre spalle, né gli esili fiocchi di neve, né quei pallidi raggi di luna avrebbero fatto da testimoni. Mi scostai una ciocca di capelli dal viso, senza dire nulla abbassai il cappuccio, spegnendo la torcia, uscii dal sentiero furtiva come un’ombra, lasciai cadere la giacca, impedendole di impacciarmi oltre, frugai in tasca in cerca del coltello. Un altro passo ancora, e fui sua. 

 

Nella penombra, il sangue inzuppava le maniche del golfino. Viscido e appiccicoso scorreva incessante dalla piccola ferita sotto il mento. Annaspando alla cieca afferrai le radici di un albero riemergendo dal lago. Nell’infrangere la superficie mi ero sbucciata e ora i nostri fluidi si mescolavano irrorando le crepe nel ghiaccio. Il viso umido di lacrime, tirai un gran sospiro, stesa sul terreno fradicia fino al midollo. “Sono salva.” Mi dissi “Sono ancora viva e tu no, verme infame!” Con un gridolino mi misi in piedi, sforzandomi di ritrovare la strada. “Sei viva, sei viva. È tutto finito, tutto finito.” Attanagliata dal dubbio girai lo sguardo frenetica, disperata! Non era solo. Dov’era finito il cameraman? Svanendo fra gli alberi continuai a pensare: sovrastata da un torrente di immagini frammentate, finché tutto avesse trovato un senso. La foresta colma di sussurri si sarebbe resa mia complice? Mentre quel corpo inerme andava a fondo, mentre il ghiaccio si richiudeva sotto la spinta del gelo, eppure... L’altro? Dove era finito l’altro?! Il flash della videocamera pareva sbarrarmi la strada impedendo al contempo una ritirata. E quei pallidi raggi di luna… come poteva essere? Non avevo forse vagamente sentito l’eco lontana del motore di un elicottero? Troppa luce aveva invaso le mie certezze, offuscando la Gloria del momento, il mio trionfo su colui che ci avrebbe portati solo alla rovina! Almeno questo mi andavo ripetendo nel percorrere i tristi sentieri nella promessa di redenzione. Perché non mi ero sbarazzata di entrambi? Perché mi ero fatta trascinare nel laghetto? Il silenzio d’un tratto mi parve assordante: i mucchi di foglie morte così come le sopite creature della foresta sembravano ripetere “assassina, assassina!” Tamponandomi la ferita con la giacca, che avevo recuperata durante la corsa, giunsi infine alla soglia di casa. Poco prima il verme incauto si era mostrato in un baleno alla stessa finestra accanto alla quale stavo proprio passando. Poco prima o quando invece... Sembrava trascorso un secolo. Ora quello stesso verme giaceva in fondo a un buco. Come poteva essere che le luci della sala da pranzo, il riverbero delle risa assumessero tutt’altro significato? Attendevano l’ennesima certezza, il mio ritorno, aspettandosi la brava figlia diligente, la sorella responsabile, la compagna di una vita. E chi se la svignava ricalcando quegli stessi passi colmi di risolutezza e determinazione e acrimonia? Ma ovvio: Volonté, colpevole, assassina, scellerata e malvagia. “È questo che sono?” Mi chiesi entrando di soppiatto nel deposito che dava sul culo dell’abitazione. Scrollandomi la neve sciolta dagli abiti e dai capelli scaraventai il golf e la giacca lontano. Ero stata brava e diligente a preparare tutto, allestendo ogni cosa con la massima discrezione. Se questa permalosa pulzella dai lunghi capelli rossi poteva permettersi di uscire ogni sera fronteggiando i pericoli in agguato, se faceva la guardia, così esile, così cupa, alla propria dimora, alla propria famiglia, sinistro baluardo contro i ceffi di una setta satanica, cosa cambiava adesso? Cosa mai poteva essere cambiato? Calde lacrime sgorgavano senza posa, privandomi del conforto necessario a sopravvivere, lasciando null’altro che senso di colpa e dubbio. L’immagine di lui mi si presentava alla mente devastando I miei pensieri. Distrutta trafficai con i leggings slacciandoli con cautela, per non ferirmi con il coltello. Decisa a darmi una calmata lo estrassi palpando il piatto della lama nell’ombra del deposito. Fuori aveva smesso di nevicare. Trovato l’accendino con il pacchetto dei fiammiferi ne accesi uno contemplando la figura esangue che mi fissava torva dal vetro. O era paura invece? Il profilo ambiguo degli alberi poco lontano suggeriva due diverse promesse. “Custodiremo il tuo segreto ragazza buona e giusta.” Ma anche: “Sei in nostro potere giovane implacabile e austera, d’ora in avanti trascorrerai con noi il resto dei tuoi giorni, credi soltanto di essere uscita, in realtà stai ancora vagando nella lugubre foresta. Benvenuta nelle tenebre, benvenuta nelle tenebre.” E I due messaggi si mescolavano, simili a un codice binario, il prima e il dopo. Si stava facendo tardi, grevi nubi cariche di altra neve si addensavano all’orizzonte oscurando i raggi della luna. Dopo tutto la foresta aveva molte pozze d’acqua e nel buio di quell’ora infausta quel maledetto giornalista non poteva avermi riconosciuta, quindi nel video io non… ma, e se il flash mi aveva immortalata frame per frame? E se la mattina dopo un paio di sbirri fossero venuti ad arrestarmi? Sì proprio lì, nella casa del becchino, cosa avrebbe pensato Yvonne, e mia madre? Chi li avrebbe protetti dai satanisti nei giorni a venire?

“Tu non puoi farci nulla. E non puoi fare niente per cambiare le cose: quel che è stato, è stato.” Continuai a riflettere. Lui era stato l’eccezione, sembrava quasi piacergli che gli venisse fatto del male, che io divenissi malvagia. Facendo attenzione a non lasciare tracce della mia permanenza nel deposito cominciai a indossare i vestiti di ricambio. Yvonne e la mamma però avrebbero capito, loro prestavano sempre occhio a come mi vestivo, l’una per apprezzarmi l’altra per criticarmi. Ma chi mai avrei potuto ingannare? Neppure il piccolo Emmanuel avrebbe riconosciuto la stessa sorellona che era uscita dandogli un bacio. Rovinata, ero rovinata. Appallottolai i vestiti fradici di acqua e di sangue in un angolo, nascondendo tra loro il coltello, decisa a liberarmene la mattina seguente. Una vibrazione mi fece trasalire! Il fiammifero in una mano, il cellulare nell’altra, risposi alla chiamata mettendo il viva voce.

«Pronto, ma dove ti sei cacciata?» Era Denise, potevo quasi figurarmi il suo viso imbronciato, la bocca atteggiata in una smorfia di stizza.

«Mmm… Sto uscendo proprio ora dal bosco.» Pigolai tremante. “Se l’è bevuta? Non se l’è bevuta?”

«Ma che!» Quasi il telefonino mi sfuggì di mano per lo spavento.

«Quante volte ti ho detto di non gridarmi nelle orecchie, lo dico alla zia.» Minacciai. Mi battevano i denti, il pavimento era freddo e io ancora scalza. “Che sciocca.” Pensai. “Si accorgeranno del cappotto!”

«Potevi dircelo prima, stai facendo un pupazzo di neve da sola, egoista! Lo sappiamo, lo avevi promesso a Roland e Clorinde e anche a me. Ora usciamo e ti prendiamo a palle in faccia!» Ridacchiò masticando qualcosa.

«Boh io torno tra poco, domani mattina usciamo e facciamo tutto quello che vuoi ok? Oggi sono stanca, tanto stanca Denise, compatiscimi ti prego…»

«Va te foutre.» Sussurrò a mezza voce, solo a quel punto realizzai che il numero era quello di Yvonne. Un guizzo di angoscia mi troncò la voce sul nascere. Implorai misericordia.

«Sbrigati anoressica, la cena è finita e qui si fa la tombola e poi c’è Balto in tv, ma quando vieni?»

«Tra poco dai, ora attacco ci sono quasi.»

«Sicuramente sarai tutta bagnata ti preparo un asciugamano. Ho chiesto a Yvonne di pulirti personalmente ma preferisce che lo facciano Roland e Clorinde, così ti saltano addosso che te lo meriti. Stacco, mamma mia quanto sei noiosa.» E davvero riattaccò senza salutare.

“Bagnata.” Ripetei fra me. “Bagnata. E ora che faccio?” Cambiata, asciutta, cosa cavolo avrei potuto inventarmi? Volsi lo sguardo in giro, per l’ultima volta: avevo pulito le tracce di neve e di fango, segni incontrovertibili della mia deviazione; gli abiti incriminanti, l’arma del delitto, stavano al sicuro in un armadio pieno di polvere e cianfrusaglie; gli stivali inzaccherati si godevano la fosca notte dicembrina, al chiaro di luna, come una sciupata coppia felice, solo che non c’era la luna, solo che io non mi sentivo felice. Avevo poi portato una sciarpa insieme al ricambio: scura e crespa avrebbe coperto le tracce di sangue sulla giacca fradicia, avrei portato tutto in camera mia, spiegando di essere scivolata e cadendo nella neve dovevo essermi lievemente ferita, tutto qui. Ma se papà fosse tornato nel deposito svegliandosi prima di me? Ah se solo come gli antichi bretoni avessi potuto portare con me la testa del nemico infilzata su una picca, nulla e nessuno mi avrebbe derisa, né chiamata “debole”. Mi avrebbero incriminata, il mio riflesso sul vetro ammiccò pragmatica. Raccolsi quei pochi oggetti che avrei riportato a casa, tra cui un barlume di coraggio, e mi incamminai, leggera come un fantasma, furtiva come un’ombra, docile come un cerbiatto smarrito.

 

La neve attecchita al suolo scricchiolava sotto il peso degli stivali, le impronte che mi lasciavo dietro sarebbero presto svanite, coperte dai nuovi fiocchi che ora cadevano più fitti e non si scioglievano più. Così, incespicando tra i ricordi del più recente passato, scacciando con foga cruciale i minuti presso il laghetto, mi sforzai di indossare una maschera, io che non me ne servivo mai, ravviandomi i capelli in una coda decente, sistemando la sciarpa sulla manica insanguinata, provai a sorridere, di quello stesso sorriso che, volente o nolente, avevo cancellato per sempre dal melanconico volto che ora giaceva in fondo al lago. La giovane braccata dai bisbigli della foresta, dal flash della modernità, dai sinistri lampi in cielo e il rumore dell’elicottero e l’inspiegabile rimorso, che lui mai provava nell’infliggere dolore, quella giovane ora cedeva il passo a una stanca, esangue, ambigua ombra di se stessa. «Benvenuta nelle tenebre.» Esalai con mestizia. Spazzolai i leggings ricoperti di neve, girai la chiave nella serratura e, dopo essermi lasciata dietro gli stivali, entrai in casa.

 

Il cuore mi batteva forte, respirai un’intensa boccata d’aria, gli odori di molti corpi ammucchiati in una stanza modesta, i profumi del cibo e dei regali, tutto questo invase il mio cervello, turbandomi tanto da farmi pensare di tornare indietro. Non avevo più nulla a che fare con quella casa, con quella gente. Io appartenevo a lui come lui apparteneva a me, e sapevo che ci saremmo appartenuti in eterno. Perché si era mostrato alla finestra conscio che lo avrei inseguito? Perché aveva scelto proprio quella sera, si figurava che la casa sarebbe stata affollata e tutti distratti? Céline e Juancarlos stavano limonando in una zona d’ombra vicino alle scale. Potevano ancora accadere cose del genere nel mondo? Esistevano ancora la gioia, i sentimenti, insomma, si continuava a vivere come se nulla fosse? Bene, se tutti avessero fatto come i due piccioncini nell’alcova giuliva sarei anche potuta sgattaiolare inosservata, indisturbata, ma quando mai noi Rikven siamo stati clementi tra noi? Infilai frettolosamente le pantofole attraversando furtiva lo stretto corridoio, tanto familiare, tanto spietato, feci i gradini due a due, la mia stanza non era illuminata, perfetto! Entrai senza esitare richiudendomi la porta alle spalle pianissimo, vi avevo spalmato l’olio personalmente in modo che la piantasse di cigolare una volta per tutte. Terminato il giro della casa, gli altri avevano forse notato le mie impronte pensando che tornassi dalla direzione opposta? Arroventandomi su quei tasselli spinsi la giacca in fondo all’armadio insieme alla sciarpa, spogliandomi con foga per non incappare nella furia di Maman. Misi il cellulare in carica chiudendo tende e persiane, fuori il paesaggio pareva così lugubre e silenzioso da togliermi il fiato: il mondo l’indomani avrebbe potuto risvegliarsi ammantato di bianco, se solo le tetre file di alberi scheletrici che aprivano il buio corteo della foresta non avessero dato quel tocco di nero, indelebile e sinistro riflesso in terra di ciò che albergava nella mia anima. Sentii bussare alla porta, una figura entrò.

«Céline ci ha detto che sei tornata adesso, va bene saltare la cena, solo perché sei tu e non mangi mai, ma almeno salutare no eh?» Denise in pigiama accompagnata da nonna Rikven per vincere la paura del buio mi fissava interdetta.

«Tu…» Esordì l’anziana matrona «Tu disonori il Natale.» Tirò su col naso immediatamente seguita dalla nipote.

«Il Natale?» Chiesi meravigliata. Ora indossavo una maglietta verde con i pantaloni del pigiama grigio perla.

«Se avessi sporcato in giro la mamma si sarebbe incazzata.»

«Non usare certi termini davanti alla bambina.» Mi redarguì la nonna scuotendo il testone infiocchettato, ricordava una bisbetica vacca gravida con il parrucchino e la dentiera, quasi dimenticavo, il fighissimo fiocco di Natale!

«Ma se ne dice più lei di tutti noi messi assieme?» Replicai sorpresa dalla tranquillità e padronanza che ispiravo, labile facciata di una alluvione che imperversava dentro di me minacciando di straripare da un momento all’altro.

«Ha preso da te. E comunque, tre giorni fa era Natale.» “Ah sai contare?” Rilevai in silenzio mentre lei continuava. «E le tue parole si ritorceranno contro di te, così come le tue azioni mia cara nipote.» Il tono grave con cui aveva pronunciato queste parole mi trafisse come non mai. Vacillai sulle gambe, prima di scostare le ospiti indesiderate che bloccavano il passaggio. La mia cuginetta mezza creola fece la linguaccia e quando me ne andai senza dire nulla rimase con la bocca aperta attirando le mosche, e il sospetto. Se il sipario di sangue e di tenebra era calato su di noi all’improvviso appena poche ore prima, l’ombra del sospetto che stava calando or ora non si sarebbe dileguata in fretta, perseguitandomi per il resto dei miei giorni, come io avevo perseguitato lui. Perché l’altro era lì? Che cosa aveva spinto il rivale della mia nemesi a comparire nell’attimo del mio trionfo? Domande senza risposta mi assillavano ronzando nelle orecchie, frullandomi nella testa, simili alle sfere luminose che vorticavano in tv quando feci il mio ingresso nella stanza.

La coda che mi ero fatta si era sciolta nell’impeto con cui avevo sceso le scale e ora una ciocca mi ricadeva sul viso coprendo un occhio, come piaceva a lui. Per un attimo esitai di fronte allo specchio posto accanto alla parete, poco prima della porta del salotto, Volonté mi guardava angosciata, sondava nei pensieri scostando i vestiti e dilaniandomi il cuore. Con uno scatto distolsi lo sguardo tornando a sorridere come meglio potevo, la ragazza smunta dai capelli rossi come il sangue, troppo magra e piatta poteva venire sostituita con dignità dallo spaventapasseri meccanico che ero diventata? Quasi che le spoglie di lui non fossero state altro che un filatterio, un ricettacolo, quasi che ora la sua vera essenza si fosse liberata e, scevra di qualunque impedimento avesse preso possesso di me, spingendomi a fare mie le sue abitudini, a vedere oggettivamente in uno specchio la sua creazione? Ero stata io a muovere i fili o era il contrario? Strumento o persona? E quando il mondo si fosse ricordato del signor Litwick, come avrei reagito, io? Le membra mi tremavano, qualcosa di diverso dal torrido calore esalato da quei corpi, schiacciata dalla morsa di un gelo senza fine, recitai la parte che si confà a una cupa signorina che disprezza le feste e rifugge dalla vita, sepolta in un passato a cui non è concesso tornare. E quando rispondevo distrattamente con aria trasognata alle molte domande, quando abbassavo lo sguardo di fronte ai rimproveri di mia madre, o alle insistenti occhiate di Yvonne, ecco l’involucro di indifferenza cadermi di dosso, lasciandomi in balìa dei loro sospetti, in balìa del destino.

Quella notte dormii con Yvonne, era la seconda notte che trascorrevamo insieme, e come la precedente nulla di più avvenne tra noi. Un paio di carezze, qualche bacio e tanto tanto parlare, fino alla nausea. I gemellini la mattina seguente uscirono con papà andando a fare quattro passi nella foresta mentre mamma tornava al lavoro. Che cosa avrei fatto dei miei vestiti e del coltello nascosti nel deposito? La nonna mattiniera si stava prendendo cura della bisnonna, augurando buon viaggio ai fidanzatini che se la svignavano lontani chilometri e chilometri dall’imperioso giudizio di nostra madre. Il lavoro di mamma consisteva in un piccolo part-time alla parrocchia assistendo la moglie del reverendo nel nostro paesino, a Luzburg, e dopo che Yvonne fu partita per dedicarsi al proprio rimasi sola in casa con le due vecchie e il piccolo Emmanuel, mia cugina Denise dormiva. Fluttuando dalla camera al bagno e dal bagno in cucina accesi la radio tanto per infrangere l’oscuro silenzio che avvolgeva la nostra dimora. I suoni delle auto sull’asfalto giungevano attutiti a causa degli strati di neve accumulatisi durante la notte. Non facevano che riportarmi alla mente il cameraman. Presi il telecomando giocherellando con i pulsantini.

 

Un rivolo di bava accanto a me, affondai il viso nel suo cuscino inspirando intensamente.

 

«Questa apparteneva a te.» Le dissi porgendole una bambola, l’aveva dimenticata da me nove anni prima, ci mise un attimo per ricordare.

«Non più. Tienila tu.»

«È tua.» Protestai brancolando tra i ricordi.

«Non sono più una bambina Volonté.» Rispose, scostandomi distrattamente una ciocca di capelli dal viso

«Ok.» Abbandonai sforzandomi di fermare il tremito incontrollabile.

Sembrava sempre uscire da uno schizzo preraffaellita. «Rischio di fare tardi.» Soggiunse trascinandosi in bagno stancamente benché fossero appena le sette di mattina.

Guardai quella cosa che tenevo fra le mani. Una stupida Barbie troppo perfetta per noi comuni mortali. Non ero forse abbastanza magra per essere come una bambola? Sì che lo ero. E abbastanza spietata per fare meglio.

 

Conferiva un sapore piccante alle nostre insulse esistenze. Adoravo tutto di lei: lo scampanellìo della sua voce, il fremito della sua pelle, la chioma rigogliosa che, sfolgorando, ne trasfigurava i lineamenti adamantini. Una lampadina posta sul marmo nero mi illudeva di avere un colorito più roseo. Quanto eravamo diverse l’una dall’altra...

«È la prima volta che faccio il bagno qui. L’acqua calda, dimmi, viene subito o devo aspettare?» Sbadigliò timidamente carezzandosi i riccioli ramati.

«Non ci mette molto.» Sgattaiolai verso il lavandino sciacquandomi il viso per non aspettare due ore poi, le mani non più sporche di sangue. Il tonfo soffice dei suoi vestiti, guardai Yvonne infilarsi nella doccia. 

Sbirciai fuori. Nonna sempre tanto decorosa si aggirava in vestaglia correndo dietro ai gemelli indemoniati per la casa.

Decisa a mettermi in ghingheri optai per una maglietta rosa pallido.

 

Tic tac, tic tac, erano trascorsi sette minuti circa. Mollando lo spazzolino passai in fretta una spugna sulla superficie eliminando il vapore prima che mamma tornasse.

Qualcosa non va?»

«No niente.» Ribadii tornando dalla camera con uno specchietto incolume.

Persuasa dai miei silenzi a chiudere la bocca, scostò l’accappatoio con un gesto secco, le stava stretto sul davanti, mentre le passavo la canottiera, il reggiseno, il golf, per nulla cosciente dei gesti meccanici. Inosservata, come sempre.

«È da quando mi ha scaricata dal signor Läyll che non lo sento.» Feci finta di non ascoltare infilandomi un paio di morbidi pantaloni scuri. Yvonne aspettava, spazzolandosi i riccioli profumati.

«Ti trucchi così tanto prima di andare al lavoro?» lei si bloccò, sapeva cosa stavo insinuando. Posò gli orecchini riponendoli con cura nell’astuccio.

«Il mio nuovo lavoro...» Esordì «Richiede un’infinita dose di dedizione, lungimiranza, tenacia. Ma tu forse non sai nemmeno cosa significa.»

D’un tratto feci un passo in avanti strappandole il mascara di mano: l’incanto si era spezzato.

«È orribile.»

«Ogni cosa lo è.» Mormorò stizzita.

«Il modo in cui ti muovi, con cui parli.» Yvonne si ficcò il cellulare in tasca picchiettandosi una coscia con impazienza, sentii il suo stomaco brontolare. Come potevano le persone ancora avere fame, essere assorbite dai più insulsi gesti quotidiani? Presto tutto sarebbe cambiato. «È lui!» La incalzai inviperita. «Lui ti ha ridotta così.»

«Così come?» Aveva finito di mettersi il rossetto e ora ammirava la propria immagine rigurgitata da quel pezzo di vetro abbagliante, quello stesso infido, misero pezzo di vetro mi spingeva a non mangiare, a cedere alle paranoie e alle ossessioni che offuscano i miei giorni.

«Io ti amo.» Dissi infine. «E tu sai quanto.» Al suono di quelle parole entrambi i nostri sguardi parvero addolcirsi. «Sai quanti anni ho aspettato, senza una lettera, senza una chiamata.»

«E ora che sono tua, cosa ti manca?»

“Un po’ di pace, anche solo per un istante.” Non è questo che avrei voluto. Soffocai un singhiozzo, le mani che mi sostenevano ai lati del lavandino. Yvonne mi scrutava perplessa quasi soppesando la mia condizione.

«Siamo cresciute.» Scandì lei asciugandomi una lacrima, facendosi molto vicina. Con due dita mi sollevò il viso sconvolgendomi nell’immensità del suo sguardo, l’indignazione non accennava a liquefarsi. «Non chiedermi di rimediare al passato. Sii sincera con me V., dove sei stata ieri sera?» Bruscamente tentai di allontanarmi da lei, le sue dita mi tenevano fermo il volto serrando i varchi della coscienza.

«Non posso.» Sussurrai. Potevo percepire il calore del suo corpo premuto contro il mio. «Avevamo fatto pace, non permettergli di dividerci ancora.» Mi avvinghiai a lei baciandole il collo, l’incavo delle spalle, le sue guance delicate. E quando le sue labbra incontrarono le mie, capii che saremmo state una cosa sola, per sempre. Le insidie di quel bacio avrebbero spinto le mie dita a premere Play, a distogliere la mia attenzione da uno sguardo obiettivo.

«Spero solo non c’entri la setta o quello che è. Ero in pensiero.»

«E lo sei stata anche nei nove anni in cui non c’ero?»

«Ho cercato di andare avanti. Non possiamo fuggire da quello che siamo. Forse ognuna ha il proprio modo di emanciparsi.» Qualcosa di nuovo donava significato alle sue parole, permettendomi d’un tratto di comprendere almeno un barlume del suo tormento. Ma cosa?

«E lui?» Chiesi sconcertata.

«Clorinde e Roland mi hanno detto che hai tenuto le sue cose. Dopo se puoi preparale così gliele restituisco.»

«Non c’è bisogno lui non le rivuole indietro.» Perfino nella morte mi riusciva insopportabile. Per colpa sua avrei mentito alla mia amata: lavare le mani non sarebbe bastato, contaminata fino all’osso, infetta nell’anima. In preda al panico presi le dita di Yvonne. “Qualunque cosa per te.” Pensai. “Qualunque cosa.”

“Ormai non si può più tornare indietro.” Mi dissi rifacendo il letto. “Se solo i peccati si potessero coprire con queste lenzuola e i segreti celare sotto questo cuscino...” Riposi gli abiti di Yvonne ordinati sulla sedia della piccola scrivania, non c’era spazio per metterci neanche un computer. Io venivo per ultima, come sempre. Eppure ero nata per prima, mi spettava.

«Ne parlerai alla Browning?» Chiese mentre armeggiava con un nastrino per capelli legandoli sul golf carminio con una scollatura a U.

«No non credo.»

«E con il nostro comune amico?»

«Non è nostro amico, è solo un manipolatore del...!»

«Non parlare di lui così.»

«E se non ci volessi più andare?»

«In clinica? Da quando decidi della tua vita? Tua mamma ha sciolto il guinzaglio che ti lega alle origini? No? Che ti dicevo? Se sapesse che stiamo insieme...»

«Non lo saprà.» Tagliai corto io.

«Voi Rikven dovreste rendervi conto di vivere nel ventunesimo secolo, smettila di rintanarti in questa topaia a seppellirti coi morti. Vieni con me.» Mi supplicò, osando scattarsi un selfie in casa mia.

“Ho fatto quello che ho fatto per amore della famiglia e per te, non tradirò entrambi mescolando le carte.” Se solo non mi fosse mancato il coraggio. «Perché ti ha affidata a quel vecchio perverso?»

«Se mangi la carne del nemico, ne acquisisci la forza.»

«Ma perché proprio a lui?»

«Amore mio, il signor Läyll è solo un ipocrita, che tuttavia si serve di me per alimentare la propria voglia di vivere, una seconda giovinezza presumo. Recitiamo tutti una parte. Ai miei occhi rappresenta un mecenate, agli occhi del mondo è uno Jarl Bradzva. Se guardassi il telegiornale lo sapresti.» Trattenni a stento un brivido. Aveva ancora dipinto in volto il massacro di Äriandorff Straße.

«E quando cala la maschera? Cosa ci resta allora?»

«Quando cala la maschera, restiamo sole, lasciate a noi stesse. È come essere nude: inconcepibile, vergognoso, provocante... liberatorio. Che senso avrebbe continuare a vivere senza misteri?»

 

Sulla soglia, evitando di incrociare lo sguardo della mia fiancée in partenza, avevo scelto di risalire le scale a passi di gatto per non svegliare gli altri che ancora dormivano. Mi ero messa a guardare fuori dalla finestra, gravata da un triste cielo perlaceo, lontano lontano, oltre gli scuri rami innevati che, stagliandosi arcigni verso il retro della casa, parevano oscillare spettrali, sbarrando ogni via d’uscita. Nulla si imponeva alla mia attenzione, esitando nel vedersi restituire un senso, così la mia famiglia, così il mio respiro. 

Alla radio davano le mediocri stupidate di sempre, insieme con le tediose news di politica ed economia. I canali tedeschi mandavano O Tannenbaum a tutto spiano mentre quello francese, che faceva sentire a casa, portava in campo un vomitevole talk show incentrato sui progetti per l’anno nuovo. Sbuffai. Tic tac: l’orologio in cucina, la distrazione di un momento. Spensi l’aggeggio preferendo la tv. Niente da fare: nulla di avvincente o perlomeno passabile, il solito, mica avevamo i canali a pagamento noi; i media non ci avrebbero tenuti lontani a lungo dalla setta satanica in agguato nei campi. Protendendomi in avanti sul tavolo, mi sintonizzai su un notiziario locale di Christ Hanton. «Vediamo cosa ha da offrire la nostra graziosa capitale.» Bisbigliai sarcastica poi... ammutolii mentre una morsa selvaggia mi attanagliava le viscere! Quelle immagini, quegli attimi, il cielo, il lago… Mi portai una mano alla bocca rinunciando a gridare, o per non scoppiare in un riso amaro, il più amaro di tutti. Che forse non l’avevo previsto? Situazioni del genere non possono forse accadere? E chi avrebbe potuto fermare la cosa facendola a pezzi per un giorno, due giorni, quanto tempo?! “Prima o poi doveva succedere.” Ammisi a me stessa gettandomi freneticamente in un tour nella galleria del telefono, fino a trovare la sua immagine. Quella foto che ora veniva mostrata al telegiornale, che era apparsa nel web perché qualcuno, il reporter, potesse trafugarla indisturbato adibendola ai suoi fini. Stavo sognando per caso? L’incubo che diveniva realtà, non ne ero forse l’artefice? Se solo il mondo avesse saputo il vero e avesse compreso, se solo…

«Volonté cos’è questo chiasso?!» La nonna aveva fatto irruzione in cucina caracollando con furia, prese il telecomando preparandosi a sbattermelo in faccia quando, raggelata, finì per abbassare appena il volume. «Santo cielo!» Berciò additando lo schermo «Ma quello è il nostro Thew.» Una foto lasciava posto a dei filmati. «Oh ragazzo mio chi ti ha fatto questo?» Le immagini mostravano una scena sul ghiaccio in cui una colluttazione si risolveva con una coltellata mentre aggressore e vittima venivano inghiottiti dalle acque. Avevo i brividi. La speaker discuteva con il collega riguardo l’efferatezza del gesto e di come si fossero potuti trovare proprio in un luogo del genere in pieno inverno. «Deve trattarsi di un lago.» Nonna si era messa a sedere tormentando ripetutamente le unghie dei piedi. La superficie sotto il peso dei due corpi si era incrinata fino a spezzarsi, nel momento in cui risalendo dalle crepe torbide e oscure, ferendosi con le schegge di ghiaccio, si era intravisto il volto della vittima. Avrei cambiato canale, io non... Una mail anonima informava che si trattava di lui e di lui soltanto. Lo zoom rendeva il fatto incontestabile. Scossi i capelli da una parte all’altra, da una parte all’altra. La persona che aveva filmato, al riparo da una pietra scagliata dal malvivente, aveva immortalato il volto della vittima attraverso lo strumento chiamato ISO non riuscendo tuttavia a mettere a fuoco i contorni del criminale, una donna si presume. Le immagini notturne non avevano catturato bene i colori e non si avevano elementi sufficienti per stabilire i connotati dell’assassino. “Bugie.” Lo sapevo, improvvisamente faceva più freddo «Laghetti come questo sono situati nelle foreste intorno a paesini come Luzburg o cittadine come Shyville.» Rilevava lo speaker con la cravatta dorata.

“Almeno non sanno esattamente dove.” Pensai. Non sapevo come reagire: all’incertezza seguiva il conforto, al conforto la disperazione.

«Barbari!» Inveì la nonna resistendo a un mancamento. «Una zingara dico io oppure un’immigrata, voleva il suo portafoglio, sicuramente deve essere così.» Tetro vociare destinato a spegnersi nei rintocchi di una campana a morto. E invece...

Un rumore più forte delle baggianate nella scatola magica catturò la mia attenzione: qualcuno aveva suonato al campanello e ora bussava alla porta con insistenza.

“È finita.” La piccola Denise, svegliatasi per il trambusto, era scivolata in cucina e ora indicava alla finestra.

«Cos’è? Mi sembra, tipo… un carro funebre?» Senza bisogno di un’ulteriore gomitata nello stomaco mi avvicinai a mia volta, mentre la nonna percorreva il corridoio d’entrata spalancando i battenti. Una folata di vento ci investì in pieno, per il resto fuori c’era calma, tanta calma. Una sommessa melodia proveniva dal furgone parcheggiato a poca distanza, un paio di ceffi borbottavano tra loro fumando delle sigarette. Proprio non me la sentivo di accogliere i nuovi venuti. Dove erano le manette? «Non per me.» Sibilai con forza, ma senza farmi sentire.

«Fate largo!» Denise era accorsa in cima alle scale e ora sovrastava l’atrio dominando la scena. I due uomini stavano trasportando una sorta di cassa verso la fine del corridoio.

«Scheizen!» Si lasciò sfuggire uno a mezza voce, tacendo all’istante incenerito dall’espressione corrucciata della vecchiaccia. La bisnonna intanto gemeva per qualcosa, di curiosità forse, oppure si era pisciata addosso sul divano o qualche tubo era fuori posto. Questo bastò a far schizzare la nonna in vestaglia da una parte all’altra ficcandosi nella stanza con un «Pensaci tu Volonté, prima che se ne vadano chiamami.»

Denise era tutta occhi, io stessa non seppi reprimere un moto di ritrosia. Quegli uomini avrebbero potuto assalirci e farci del male, rimpiansi di non portare il coltello nella tasca dei leggings. “Non ti è bastato una volta?” Mi chiesi imperterrita. L’iride che si soffermava sugli alberi cadaverici.

La bisnonna, i suoi piagnistei, la figlia e le imprecazioni, mia cugina che spronava i nuovi venuti al suono di battute mordaci, sudore, grugniti, parquet graffiato, preoccupazioni, dannatissime preoccupazioni, il mio fiato che si condensava sul vetro già opaco della porta della cucina, il cuore che forse mancava un colpo.

«Per favore apritela.» Gli uomini tutti eccitati si misero all’opera. «Oh mannaggia!» Esclamò Denise abbarbicandosi alla ringhiera «La zia quando torna ci ammazzerà con tutta questa polvere.» I due facchini esplosero in una fragorosa risata, rimangiandosela subito annichiliti dalla ragazzina. «E il pavimento rovinato ce lo ripagate.»

Una volta preso il compenso dalla nonna rediviva e le sue mani avvizzite, risalirono sul mezzo lasciandosi dietro due lunghe strisce a solcare il terreno. “Quelle catene dovrebbero essere per me.” Riflettei chiudendo a chiave il portone.

La bimba ne approfittò per giocare col cellulare della bisbetica, il mio non lo poteva toccare nessuno. «Ma per te chi li ha mandati?» Chiese distrattamente.

«Non lo so.»

«E non sei curiosa?»

«Vai a pettinarti.» Replicai evasiva. «Se Maman ti vede...»

«Na! Sarà impegnata col pavimento e con le vecchie.» Nonostante tutto riuscii a sorridere. «E con te.»

Distolsi lo sguardo avviandomi verso le scale. «E cosa te lo fa pensare?» Chiesi alla mocciosa.

«Ce l’ha sempre con te.» Era vero. «Comunque non vedi che sto giocando? Portami il pettine e magari ci faccio un pensierino.»

«Piantala di mangiarti le unghie.» La redarguii schifata.

«Patetica.» Incrociò le pantofole sulla poltrona di papà.

«Fallo.»

«Tu non dai ordini.»

«Almeno non sono una paranoica ossessiva, come dicono i medici? Ah sì, anancastica!» me lo ha detto Céline.»

«Piantala. E quella scrofa deve imparare a tenere la bocca chiusa.»

«Quindi lo sei?» Mi punzecchiò.

Sospirai. «Prendi il telefono e smamma.»

«Altrimenti? La nonna ha quel coso preistorico.» Tirò la cover di quel telefonino antiquato. «Passami il tuo per una volta. Ecco, vedi? Sei paranoica. Almeno Céline ce l’ha il ragazzo. L’unico che ti cacava lo hai fatto fuori.»

«Vai.» Ripetei.

«Solo perché ti guardava il culo. Ma no forse è che gli piacciono quelle coi capelli rossi, magari dopo glielo chiedo.»

«La smetti di parlare come se fosse qui?» Sferrai un calcio a Denise spedendola dritta dritta in cucina a farsi i fatti suoi.

“Ma lui è sempre qui.” Rimuginai mortificata. La bambina non poteva sapere, avevo frainteso, sentito male. “Parole da niente, tutto qui.” Eppure... Che avesse intuito?

«Almeno mettiti una felpa, lavati i denti...» La rimbeccai incalzante. «Mangia qualcosa no? Fai...» Non seppi come continuare, assorta in ciò che si trovava appoggiato alla parete. 

La livida luce del giorno spandeva il proprio chiarore su un dipinto dall’aria molto recente. Vi era ritratto un giovane in nero con le gambe accavallate sul bordo di un lago d’autunno, riconobbi le foglie morte, le tinte malinconiche, la nebbia che immergeva ogni cosa in un’atmosfera di sogno, frugai le alture che contornavano il fosco specchio d’ardesia, il Loch Lan della gita di un mese prima; sondai l’irrisorio, sempiterno enigma che tanto a lungo avevo desiderato cancellare da quel viso crudele, i capelli corvini, la carnagione dorata, lo sguardo vitreo e oscuro, l’eleganza degli abiti, il portamento cupo da dandy orientale, l’effeminatezza dei modi, la mestizia di troppe bugie: Thew Litwick. Caddi in ginocchio, le mani inerti lungo I fianchi, rimasi così, a singhiozzare nella polvere. 

Denise e la nonna se ne erano andate, lasciandoci al biancore del cielo, ai prati morenti, a un sudario di ombre, noi due soltanto: la figlia del necroforo e il rubino di Ceylon. Le acque certo avrebbero fatto il loro corso, il cadavere inghiottito dalle arcane profondità del lago, una qualunque tra le molte pozze d’acqua sparse nella foresta; Geoff Luwin per il momento mi aveva graziata. Ma Yvonne… avrebbe saputo guardare avanti? E inondata dalla smorta luce del mattino, posta dinnanzi alla frustrazione del sentimento. Rimasi immobile a contemplare quelle fattezze, l’anno giungeva al termine in agonia. Tirai un sospiro, rincuorata. «Sono salva.» Sussurrai al giovane nel dipinto. E I suoi occhi parvero rispondere, come se non se ne fossero mai rivelati capaci. Nei lontani mugolii della creatura paralizzata nella camera, nelle stesse cadenze del mio respiro, io colsi, e continuo a cogliere, il crepitio di roventi fiamme d’orrore, un rimorso perpetuo senza fine e senza nome, ciò che più di ogni altra cosa mi rende ancora umana. “Il mostro eri tu, non io. Lo sei sempre stato.”

Giravo intorno al dipinto esaminandone la cornice e l’intelaiatura, evitando risoluta gli spenti occhi del fantasma. Rivolgendo invece lo sguardo verso il diafano riflesso riportato nei miei pensieri, mi accovacciai all’estremità per vedere meglio. Pendeva qualcosa. D’istinto l’afferrai scostando il quadro. In controluce: un oggetto simile a un pendolo oscillava sinistramente da un minuscolo foro praticato nella cornice. Per un attimo la fissai inebetita poi, tirato con forza il filo della pen drive scivolai in salotto. Il mio portatile reduce dalla mole e dall’alitosi di Céline obbedì ai comandi accendendosi con malgarbo. Una volta inserita la chiavetta nella porta USB non mi restava che aspettare, cliccai Play e... un volto fin troppo familiare mi salutò sorridendo. Possibile che potesse avermi umiliato ancora?

 

«Puledra di Inis Witrin, voglio che tu veda: compiendo il tuo volere non farai altro che annodare il filo di un Liebestod cui non potremo sottrarci. Ancora non comprendi il perfido mistero di questa nostra eterea danza mortale?» Mi sentii sul punto di svenire. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo. La presenza spettrale non aveva finito con me e proseguì languidamente «Convinta di mantenere il controllo, hai portato sulle spalle il più squisito tra i fardelli, l’ebbrezza della privazione. Credevi di scorgere in me il Male, la promessa di Bene nel Male, dando voce a ossessioni proibite di cui faremmo meglio a tacere. Ma ti sbagli, Yvonne ama un’altra. E lei, il fulcro scabroso di questa tua flebile esistenza: anelare confusamente il tocco delle sue labbra... un’armonia cosmica senza confini, tendendo alla perfezione. Quel tocco è letale, lascia il tuo cuore alla mercé di un altro, indifeso. Mi chiedo ora cosa possa accadere. Risuonerà una melodia, un vento stregato, sfiorando accordi segreti di sogni ineffabili. Rimane forse altro da dire?» In quel momento sentii la chiave girare nella serratura, la mamma era tornata, macchinalmente chiusi il portatile staccando via la chiavetta. Denise corse in bagno a lavarsi, a furia di giocare si era scordata di fare colazione. “Un’altra. Yvonne ama un’altra.”

Maman di fronte al volume inconsueto della tv arricciò il naso.

«Zia zia!» Strillò la piccola correndole incontro.

«Brenda!» Fece eco la nonna aggregandosi a sua volta. Mamma interdetta le fissava entrambe, una in vestaglia, l’altra in pigiama, i capelli scarmigliati di Denise, l’aspetto stravolto della nonna, la mia espressione, tutto ciò la pietrificò. Il passeggino di Emmanuel dondolava dolcemente, il mio fratellino si era messo a piangere con tutte quelle urla sconclusionate.

«Esigo una spiegazione.» Mormorò Maman trattenendosi unicamente per il bene del bambino, mentre ci inceneriva tutte con lo sguardo. La nonna le indicò il dipinto che rifulgeva illuminato dalle ultime news poco lontano, mia cugina tirandole la gonna tentava di ricomporsi. La mamma non capì, e neppure io; arretrai verso la mia stanza, la chiavetta nel reggiseno, vicino al mio cuore, si faceva sempre più pesante. Il mostro era lui, non io. Lo era sempre stato. Ma altre parole affioravano attraverso quei miei nuovi e tetri ricordi: “Quando, come un coperchio, il cielo basso e greve preme l’anima che geme nel suo tedio infinito, e in un unico cerchio stringendo l’orizzonte fa del giorno una tristezza più nera della notte; quando la terra si muta in un’umida segreta dove, timido pipistrello, la Speranza sbatte le ali contro i muri e batte col capo nel soffitto marcito; quando le strisce immense della pioggia d’una vasta prigione sembrano inferriate e muto, ripugnante un popolo di ragni dentro i nostri cervelli dispone le sue reti, furiose a un tratto esplodono campane e un urlo tremendo lanciano verso il cielo, così simile al gemere ostinato d’anime senza pace né dimora. Senza tamburi, senza musica, dei lunghi cortei funebri sfilano lentamente nella mia anima: la speranza piange disfatta e l’angoscia, dispotica e sinistra, pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.” E ancora “Voi mi impaurite grandi boschi, come foste delle cattedrali.” 

Fuggii spasmodicamente dal dipinto, dalla casa, dalla famiglia, dalla vita! Gli abiti di lui mi fluttuarono davanti, mentre trovando scampo da me stessa e dal mondo, mi addentravo nella foresta, il suo messaggio che diveniva parte di me, il mal di testa che pulsava senza requie, affliggendomi istante dopo istante. «Benvenuta nelle tenebre.» Ripetei, il viso rivolto contro il cuscino, ricacciando indietro il pianto. Fuori nel mondo la vita riprendeva il suo corso, mentre nella dimora del becchino, un lutto ingiustificato prendeva possesso della casa, stabilendovi per sempre il proprio dominio.

Denise parlò. «Hanno maledetto la nostra famiglia.»

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